Ti chiedo scusa.

Ho perso Entusiasmo.

Eppure era ancora qui fino a pochi giorni fa. 

L’ho cercato dappertutto.

L’ho cercato dove di solito gli piace andare.

Dove talvolta si nasconde. Dove spesso mi trascina all’improvviso.

Dove solitamente vuole essere trovato.

L’ho cercato in tutti quei posti dove so che gli piace giocare. 

Ma questa volta è diverso. Questa volta si è rifugiato bene. 

Non è nelle parole, non è nei suoni e nemmeno nei colori.

Non è negli sguardi, nei racconti e nemmeno nei sorrisi. Non profuma, non canta, non ride, non fa rumore, non si mostra. 

Questa volta è più difficile. Questa volta vuole essere cercato. Vuole che gli chieda scusa.

Scusa per averlo dimenticato, anche solo per poco.


Il bar.

Piove. Fa freddo. Due ore di attesa. Una camomilla.

Ma soprattutto un bar. 

Non uno qualsiasi. 

No. 

Quello becero. 

Quello che calamita i tipici. 

Quello che per certi versi è uguale ovunque, a parte gli influssi dialettali. Quello che offre di più da osservare.

Quello dove il tempo scorre prima, perché mai noioso.

Quello che d’impatto ti distanzia ma piano piano ti attrae.

Quello dove il pregiudizio si trasforma velocemente in affetto.

Quello in cui vengono narrate brevi premesse di lunghi racconti.

Quello in cui puoi cogliere l’essenza di poemi mai scritti.

Quello in cui scorgi piccole luci che, purtroppo, nascondono un fitto buio.

Quello dove ti dimentichi del tempo.

Quello dove la pioggia, il freddo, l’attesa, sparisce.

Quello che ti fa arrivare in ritardo nonostante le due ore d’anticipo.


Conforme.

Talvolta l’entusiasmo viene rimpiazzato dalla ragione.

Talvolta i respiri si fanno parole.

Talvolta la leggerezza si trasforma in sassi. 

Talvolta accade e basta, d’improvviso, senza accorgerti del quando e senza sapere il perché. Talvolta occorre invece avere il coraggio di essere folli.

Occorre non ascoltare i pensieri e non guardare gli sguardi.

Occorre essere, semplicemente essere.


Silenzio.

Desiderio di silenzio. Il rumore dei pensieri è assordante. Il colore è assente. Il desiderio fugge e le parole annoiano. Vorresti regalare sorrisi, illuminare gli occhi, dipingere i respiri ed abbracciare i sogni. Vorresti alleggerire condividendo i pesi. Vorresti poter fare qualcosa. Ma ora non puoi. Ora c’è bisogno di silenzio.


Il click.

Un click è quel frammento che cambia tutto. Che stravolge e semplifica.

Un attimo, un istante, un momento, uno solo.

Avviene di sorpresa.

Non te lo aspetti, ma è lì, chiaro, preciso, come se ci fosse stato da sempre.

Un click lo puoi cogliere negli occhi di chi ti guarda, nel gesto di un istante, nella natura che ti attorna, in una parola detta, nel contrasto di un’idea o nella condivisione di uno sguardo.

Perchè le domande percorrono lunghi spazi, ma le risposte arrivano in un solo click.


Felice.

Dire che si è felici oggi è insolito. Dire che si è felici non sembra possibile, è un’illusione alcolica. Dire che si è felici porta sfortuna. Dire che si è felici è sintomo di pazzia. Dire che si è felici non è credibile.

Io sono felice.

L’ho detto.... Forse non dovevo dirlo.

Avrò delle conseguenze?

E adesso?

Cosa accadrà?

Che non lo sarò più.


Vaffanculo.

Ci sono giorni in cui preferisci annullarti. 

Giorni che se apri un libro non vedi le parole.

Se ascolti musica senti solo rumore.

Se vedi un film vedi solo macchie in movimento.

Ci sono giorni che non sai se c’è il sole, se piove, se fa freddo o è nuvoloso. Ci sono giorni che passano così senza che te ne accorgi.

E poi d’improvviso smetti di pensare e ti dici: “...ma vaffanculo, và!”.


Certe emozioni.

Certe emozioni sono tangibili, si fanno spesse tanto da poterle quasi toccare. Le riesci a respirare sino a farti dilatare il petto, sono pennellate di colore che ti illuminano il volto e ti ossigenano il sangue, sono linfa vitale per i giorni a venire.


Un grosso senza.

All’improvviso ti accorgi di un senza.

Lo senti, ne senti il peso, ne percepisci quasi la forma.

E’ un grosso senza. Molto grosso. Molto più grosso di un con. Talmente grosso da riempire gran parte di te. Talmente grosso da essere quasi un tutto.

E poco prima ne eri ignara. Poco prima non sapevi di averlo.

Perchè un vuoto si insinua pian piano, sino a diventare più ingombrante di un pieno.

Un vuoto non sai dove collocarlo. Un vuoto ti invade. Un vuoto ti riempie e s’infiltra come un liquido, succhiandoti dall’interno, senza nemmeno che tu te ne renda conto, fino a quando, all’improvviso, ne prendi coscienza.

Accade in un attimo, ma quando te ne accorgi, in quel preciso istante, si solidifica e in te sembra non esserci stato nient’altro che esso.

E si fa pesante, sempre più pesante, sino ad ostacolarti persino il respiro.

Ma potrai mai essere invasa da un senza?

Potrai mai essere piena di un vuoto?

Potrai mai lasciarti sconfiggere dall’assenza di qualcosa?

E così cerchi di capire.

Capire il perchè e capire soprattutto il come.

E pian piano quel vuoto lo colori, pian piano lo trasformi, lo ricrei, lo usi. Piano piano lo riempi per poter finalmente tornare leggera.


La verdura fa bene.

Ti svegli la mattina e già sai che sarà difficile sorridere. Quell’ombra ti si è appiccicata addosso e non se ne vuole andare. Sino a quando, giunta la sera, decidi di fermarti dal fruttivendolo. 

Mamma e figlia ti accolgono. 

Tu vuoi solo ortaggi, ma loro no.

Loro hanno voglia di confidenze. E d’improvviso ti scelgono. Come sconosciuta funzioni.

Un turbine di racconti su amori finiti, desideri irrealizzati, uomini faticosi, voglia di evadere, paura di soffrire, tristezza da solitudine, la speranza di un nuovo amore.

Una alla tua destra e l’altra alla tua sinistra, in stereo.

Placcata e travolta da vicissitudini ricche di dettagli, stai zitta e ascolti.

Ma quando esci ti accorgi di stare sorridendo, l’ombra è sparita e felice pensi che ami la gente, la ami tutta, ma proprio tutta.


Quei perchè.

Ci sono dei perchè ai quali è facile rispondere. 

Ce ne sono altri ai quali occorre solo un po’ di conoscenza, oppure di presa di coscienza, per darne una risposta. 

E poi ci sono loro. 

Quelli che ti lasciano impietrito, passivo, impotente, in mezzo al vuoto. 

Quei perché talmente inspiegabili da divenire assordanti. 

Quei perché così tristemente illogici da far trasformare il punto interrogativo in un grosso, immobile, fastidioso, rassegnato, invisibile, singolo punto.

Quei perché che resteranno per sempre inutili, ma che proprio per questo non potranno mai sparire.


Un caffè.

Talvolta sono le scelte più insignificanti a trasformarti, a mutarti lo sguardo, a cambiarti le prospettive, a farti osservare e comprendere ciò che prima avevi solo scorto, a darti i giusti pesi. Talvolta la differenza è data da piccole cose, piccolissime, come quella di accettare l’invito a bere un caffè.


I caloriferi.

La decisione non la presi quando si ruppe la caldaia e tu non ne volesti un’altra.

Non la presi per il freddo, che soffrii per mesi, mentre tu ti scaldavi al bar.

Non la presi quando ti presentasti con la bombola a gas per darmi conforto,

senza considerare l’evenienza di esplodere con essa.

E neppure quando tu mi mostrasti il progetto di quella che nei tuoi sogni sarebbe dovuta essere la nostra futura casa, abusiva e senza finestre.

La decisione la presi invece quando tu decidesti di regalare i caloriferi al vicino.

I nostri caloriferi.

Al vicino.

Fu solo in quel momento che capii che avrei dovuto lasciarti senza fare più ritorno.

Sì, la decisione la presi solo in quel momento.

E non per i caloriferi. Dopotutto non avevamo nemmeno una caldaia.

La decisione la presi perché mi accorsi che mentre tu me lo comunicavi, non provai alcuno stupore, non provai alcuna sorpresa o sconcerto, non ti guardai incredula, non sgranai gli occhi, non pensai fosse uno scherzo e nemmeno risi, ma restai totalmente indifferente, come fosse un fatto del tutto normale.

La decisione la presi solo in quel momento,

quando capii che non avrei mai voluto essere normale come te.


Il carrello.

Non prendo mai il carrello al supermercato.

Oggi l'ho fatto. Ma lui non voleva.

Mi sono girata e se n'era andato, senza dirmi nulla, senza avvisare.

Ha preferito qualcun altro.

E lo ha fatto quando era pieno, ovviamente, per infastidirmi.

L'ho dovuto cercare ovunque, chiedere ai passanti se lo avessero visto, osservare gli altri carrelli simili a lui ed essere presa per pazza dai legittimi proprietari.

Solo dopo parecchio tempo si è fatto trovare, silenzioso, indifferente, lontano tre corsie da dove mi aveva abbandonato.

Non mi ha nemmeno chiesto scusa.


Un sorriso non va negato.

Per paura o per invidia qualcuno mi ha rubato il sorriso.

Non riuscirà a usarlo per eccesso di negatività.


Se non fossi folle.

Se non fossi folle non sarei libera di pensare,

se non fossi folle non potrei urlare.

La gente mi guarda e non capisce

e se rido si stupisce.

Ed io mi diverto ad osservarla,

perché è prevedibile quando parla.

Coloro che tutto sanno

celano dietro un affanno

sogni sopiti, mai realizzati

perché da dogmi e convenzioni imprigionati.

E così l'abitudine avanza

mentre si resta chiusi in una stanza.

E ci si dimentica di sorridere

mentre si finge di vivere.

Ma forse folle non sono mai stata:

è la gente ad essere omologata.

Si addita e giudica il diverso

per paura di un cielo terso,

poiché la verità non la si vuol vedere,

è più difficile da sostenere.

Meglio una bugia comune,

che dal confronto è immune,

meglio non ragionare,

si potrebbe faticare.

Il mio pensiero è invece onesto,

come sono, che sia folle o strana, resto.

Potrò essere derisa o allontanata,

o diventare il buffone della tavolata,

ma credo fermamente

che la falsità non porti proprio a niente.

Così con entusiasmo tutti saluto,

anche quando ricevo solo un cenno muto.

E se sola resto non mi spavento:

è lo scotto da pagare a muoversi controvento.

Ma io vi guardo e non comprendo,

come potete essere tutti uguali,

rincorrendo gli stessi schemi rituali?

Di un risveglio ne avremmo tutti bisogno,

ma purtroppo sembra essere solo, di una folle, il sogno.


Il tacito risolto.

Ho ucciso uno scheletro nell’armadio, con grande soddisfazione.

Il non detto alimenta l’inesistente, concretizzandolo in una realtà scomoda.


Senza.

Osservo, ma non guardo. Rifletto, ma non penso. La mia realtà è parallela a quella degli altri e li sfioro ma non li tocco. Interagisco, ma solo a tempo e poi scado e torno fantasma in compagnia di me stessa. Ho imparato a volermi bene, ma questo non basta. Più egoismo ci vorrebbe per lasciare un segno, ma io sorrido, saluto e mi volto senza paura di restare sola.


Tornare piccola.

Oggi sono stanca dei pensieri da adulto, dove un detto o un avrei dovuto, un forse o un se avessi celano distorsioni o colpe.

Oggi voglio tornare bambina e non somigliare a nessuno. 

Oggi voglio tornare a giocare con le cavallette, a respirare l'odore della pioggia e a calpestare gli arcobaleni nelle pozzanghere.

Voglio tornare sul mio tappeto dove i disegni erano vie percorse da animali. 

Voglio tornare a sbucciarmi le ginocchia alla ricerca del luogo sconosciuto.

Voglio rotolarmi nell'erba e dare i nomi alle nuvole.

Voglio ridere al vento a braccia aperte, senza nulla pensare.

Voglio godere di ogni momento perché sarà sempre un ultimo. 


Era illusione.

Come quando di nascosto guardi, i pensieri si accavallano a probabilità o supposizioni.

Ad occhi chiusi ti lasci trasportare in quel luogo il cui nome vorresti non fosse utopia. 

Ma poi ti risvegli.


Ricordi.

L'odore della primavera, l'odore che anticipa la pioggia, l'odore di casa propria dopo un lungo viaggio, l'odore che ti appartiene e quello da cui fuggi, l'odore inconsapevole che riscopri, l'odore ricordato dopo una vita dimenticata.

Ed improvvisamente sentirsi leggeri, scoprire un sorriso che si era nascosto, uno sguardo che si era offuscato, una parola che si era seccata. 


Per quieto vivere.

Pessimismo e fastidio li ho sconfitti al gioco dell’oca.




Arianna Stringhi.